MICHELE PLACIDO: "Se la politica prendesse esempio dal papa e ripulisse i suoi palazzi…"

Il 9 e il 10 agosto il Festival delle Terme di Caracalla si conclude con un omaggio a Giuseppe Verdi in occasione del bicentenario della nascita. Sulla scena Michele Placido e Isabella Ferrari raccontano “Un bacio sul cuore, le donne nella vita e nella musica di Verdi”, uno spettacolo firmato dallo stesso Placido e Giulia Cavenda. Intervistato dal Tv Radiocorriere Placido parla di questa Prima nazionale e non solo: è esattamente quarant’anni fa il suo debutto televisivo con lo sceneggiato Rai “Il picciotto”, esordio di una lunga carriera di impegno civile fra teatro, cinema e tv.

Perché ha scelto di misurarsi con il personaggio di Verdi?
Mi è stato chiesto di mettere in scena un epistolario tra Giuseppe Verdi e la seconda moglie Giuseppina Strepponi. Un epistolario a teatro non è normalmente un’esperienza esaltante ma nell’approfondire le lettere e nell’iniziare a sceneggiarlo è scaturito un lavoro molto interessante, a tratti più simile a un film che a uno spettacolo teatrale.

Per quale ragione approfondire un Verdi privato?
Perché la sua storia è una interessante parabola dell’amore di coppia.  Una coppia che si è amata molto ma di un amore spesso difficile e tormentato, come lo sono tutti gli amori mortali. E forse il vero amore non si può definire tale senza momenti dolorosi.

Verdi era stato già sposato e ha visto morire la prima moglie e i due figli, ad appena un anno. Un dolore difficile da risanare.
Un dolore che lo gettò nel più profondo sconforto e che si è sempre portato dietro rischiando di compromettere spesso anche il successivo rapporto con Giuseppina. Abbiamo voluto raccontare il tormento di uomo, il rapporto con le donne della sua vita. Il suo genio che forse non si sarebbe espresso in quei termini senza una donna accanto come la Strepponi. Le lettere di lei sono suggestive ed importanti. Ma non voglio fare troppe anticipazioni, è uno spettacolo che va visto! E che non è fatto di pettegolezzi. C’è materia umana vera, tenera e straziante.

La figura di Verdi è stata anche interessante dal punto di vista “politico”: fu un patriota convinto anche se dalla sua vita, e dallo stesso epistolario, traspare una disillusione nei confronti dell’Italia unita che forse non era così come se l’aspettava. C’è chi di una sua celebre composizione ne ha fatto oggi perfino un inno di partito!
“Va pensiero” è tutt’altro che un inno patriottico. Come ha detto Riccardo Muti non ha né la partitura musicale né le parole adatte ad essere un inno. Ha un andamento troppo lento! Se fosse suonato prima di una partita di calcio la partita sarebbe persa in partenza. Gli inni nazionali sono roboanti, hanno parole accattivanti, infiammano i cuori. Quelle del “Va pensiero” sono parole dolorosissime.

I suoi impegni recenti e prossimi sono molto legati al teatro e al cinema, poco alla tv . E’ un periodo in cui mancano per lei soggetti televisivi adeguati?
In questo momento la tv per me non offre granché. Mi piacerebbe fare qualcosa in televisione ma che riguardasse la contemporaneità del nostro paese e che fosse più incline alla mia formazione.

Tornando ad esempio alle origini? Esattamente 40 anni fa, nel 1973 lei esordì in televisione con uno sceneggiato della Rai dal titolo “Il Picciotto”.
Fu uno dei primi coraggiosi sceneggiati sulla mafia prodotti dalla Rai. Interpretavo un giovane palermitano che lavora in un’officina, e che per partecipare agli affari mafiosi del suo capo e dei suoi scagnozzi, li denuncia ed emigra al Nord. Un film apripista di un genere.

Poi è arrivata “la Piovra”.
Uno straordinario lavoro televisivo di denuncia su come era organizzata la cupola mafiosa. Molto romanzato ma sicuramente efficace.

Da “la Piovra” ad oggi è cambiata la rappresentazione della mafia nei prodotti televisivi?
Oggi si tende a spettacolarizzare un po’ troppo il fenomeno mafioso. Raccontare la mafia per un regista o un attore non deve essere solo fare del buon cinema ma destare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla piaga della criminalità e dei suoi intrecci perversi.

Come rifarebbe oggi, “la Piovra”, magari da regista?
Cercherei di tener conto delle lezioni di grandi registi come Francesco Rosi o Damiano Damiani, con una chiave non solo spettacolare ma profondamente emotiva. Anche per spiegare nel modo migliore cosa è accaduto nel nostro paese, quali sono le responsabilità politiche. Perché purtroppo la mafia non è germogliata da sola ma è diventata quel mostro che conosciamo anche grazie a una fetta consistente della politica italiana.

Lo scorso anno nel film di Massimiliano Bruno “Viva l’Italia” lei ha interpretato il ruolo di Michele Spagnolo, un politico corrotto che attraverso varie raccomandazioni riesce a sistemare i suoi tre figli. Un personaggio inventato ma non troppo…
E’ una metafora molto calzante di questa Italia di “parentopoli” e “raccomandopoli”. Poi però il film ha un’evoluzione positiva con il padre che rinuncia alla corruzione e al malaffare per il bene dei suoi figli perché si rende conto della inarrestabile decadenza morale.

Anche il film “Viva la libertà” con Toni Servillo affronta questo tema in modo simile. E’ un nuovo filone cinematografico?
E’ qualcosa di più. Il cinema d’altronde dovrebbe avere anche una funzione educativa. Non solo di svago ma anche di riflessione. Questi due film, in modo diverso, e attraverso la commedia, mettono alla berlina la società e la politica sporca.

C’è speranza per una società e una politica pulita?
C’è sicuramente. E un esempio viene da un non-politico, il papa. Che sta “ripulendo” il Vaticano. La politica dovrebbe fare altrettanto con i suoi palazzi…

http://www.ufficiostampa.rai.it/sfogliabile/98490/18291/index.html

 

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