Ucciso l’8 gennaio ’93 il giornalista Beppe Alfano. Dopo 25 anni i mandanti sono ancora ignoti

Uomini d’affari, mafiosi latitanti, politici locali, massoneria. E’ di loro che il giornalista siciliano Beppe Alfano si occupava ed è per le sue inchieste che è stato ucciso l’8 gennaio di 25 anni fa. Tra le sue prime indagini, nelle tv e nelle radio locali, quella su un traffico internazionale di armi che passava nell’area di Messina e numerosi articoli di denuncia sugli intrecci tra criminalità organizzata e politica inquinata.
Alfano viene colpito mortalmente la notte dell’8 gennaio 1993. Lo raggiungono tre proiettili mentre è fermo alla guida della sua Renault 9 a Barcellona Pozzo di Gotto.

Alla sua morte segue un lungo processo che ha portato alla condanna all’ergastolo di un boss locale ma i mandanti sono ancora ignoti. E solo dieci anni dopo la sua morte il suo computer fu sottoposto a consulenza tecnica: emersero alcuni appunti sulla presenza nel messinese del boss Nitto Santapaola. Santapaola, condannato all’ergastolo per l’omicidio del giornalista Giuseppe Fava, viene arrestato pochi mesi dopo l’omicidio di Alfano, al termine di una lunga latitanza. Uno dei suoi tanti covi era proprio a Barcellona Pozzo di Gotto al numero 76 di via Trento, a poco più di 30 metri dalla casa di Beppe Alfano. E la figlia del giornalista, Sonia Alfano, che non ha mai smesso di chiedere che sia fatta piena luce sui mandanti del delitto, è sempre stata convinta che il padre venne ucciso proprio per aver rivelato al pm Olindo Canali della presenza di Santapaola a Barcellona. Due giorni prima di essere ucciso, Beppe Alfano aveva chiesto a Canali di incontrarlo. Era urgente ma non ce ne fu il tempo, perché fu assassinato.
Stava indagando sui traffici di armi e uranio, ha più volte ribadito la figlia Sonia. Documenti che sarebbero poi spariti. “Quegli appunti – ha ricordato – sono spariti da casa la sera stessa dell’omicidio, dopo la perquisizione delle forze dell’ordine. Alle 22.45 dell’8 gennaio 1993 piombarono a casa nostra oltre 50 agenti di vari corpi portarono via numerose carte ed effetti personali, ma non tutto ci è stato restituito. Tante cose, anzi, non sono state neanche verbalizzate”.

Nel venticinquesimo anniversario della sua morte, e con le indagini tuttora in corso per conoscere mandanti e movente del delitto mafioso, le commemorazioni sono al minimo sindacale. La figura di Alfano e le sue inchieste su quegli anni, stritolati tra mafia e massoneria, avrebbero meritato ben più attenzione.

Articolo di Stefano Corradino pubblicato sul sito www.articolo21.org

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