Giornalisti "postini"? Questo il futuro della professione?

Il videomessaggio di un cittadino condannato in via definitiva è solo l’ultima clamorosa manifestazione di quel conflitto di interesse che, da un ventennio, inquina il panorama politico e mediatico nazionale. Spedito alle tv, quasi fossero una buca delle lettere (per riprendere le parole di Vittorio Di Trapani, segretario Usigrai), simboleggia il tentativo ancora in atto di realizzare una Repubblica presidenziale a videomessaggio unificato. In questo contesto non ci sarebbe più spazio per il ruolo del cronista, per il contraddittorio, perché inchieste e domande sono considerate fastidi da eliminare, da oscurare (e Berlusconi non è il solo a pensarla così…) Non a caso, come nella stagione della P2, tornano al centro del mirino i poteri di controllo, dalla magistratura all’informazione, e il ruolo della contrattazione, compresa quella dei giornalisti. Per realizzare questo inquietante scenario servono “giornalisti-postini”, senza contratti e senza diritti, e pronti a trasmettere il videomessaggio di turno, di ogni tipo e natura. Purtroppo bisogna anche aggiungere che non sono pochi i giornalisti che hanno trasmesso e trasmettono i videomessaggi di turno rinunciando spontaneamente a svolgere qualsiasi funzione di verifica e di controllo e tradendo le ragioni fondative e deontologiche della professione. Per costoro il committente viene prima del diritto ad informare e ad essere informati. Anche per questo l’Italia continua ad occupare posizioni indecorose in tutte le graduatorie internazionali in materia di libertà di informazione. Di fronte a questo quadro la reazione é troppo debole, comunque affidata a pur giuste battaglie di associazione o di sindacato. Forse è giunto il momento di ricostruire un progetto, di aggiornare analisi e azioni, di aprire le porte alle nuove frontiere del giornalismo, a chi è stato messo ai margini, alle troppe periferie del mondo oscurate e cancellate. Di avviare una riflessione sul web e sui nuovi media, sull’esercito dei potenziali “citizen journalists”, e di un’“informazione liquida” che scorre ad altissima velocità e che deve vedere impegnato il giornalista nell’approfondimento, nella verifica e nell’attendibilità delle notizie. Un tempo, a Fiesole e non solo, si era soliti ritrovarsi per ragionare fuori da ogni schema di parte, di partito, di corrente sindacale. Ora più che mai ai vecchi contenitori non corrispondono piú le situazioni mutate. Non sarà il caso di riaprire porte e finestre ad un dibattito nuovo?

 

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